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In fuga sopra un tappo a corona

L'inizio di Italia Veloce

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2010

Sposto la cassa di legno, sospiro e mando giù. Apro la porta, non è chiusa a chiave, ma d’altronde che io mi ricordi, non lo è mai stata. Mi muovo lentamente nel buio. Apro le imposte e mi sposto al centro della grande stanza. Non è cambiato nulla: il tavolo da lavoro nell’angolo a destra, la saldatrice, qualche serie di tubi in acciaio già pronti. Ora sono nella stanza adibita ad ufficio. Mi sono sempre chiesto perché mio zio abbia scelto questa stanza. Credo che per le sue piccole dimensioni, fosse più facile scaldarla d’inverno. Mi stupisce ancora l’ordine maniacale col quale sono disposte le cose. E’ esattamente tutto come era trent’anni fa. Resto seduto in silenzio, guardandomi intorno. Ho girato il mondo facendo ogni tipo di esperienza, ma questo è sempre stato il posto in cui tornare. Solo qui mi sono sento veramente a casa.

Chiudo gli occhi e rivivo le giornate a giocare tra il cortile e queste stanze. Ogni strumento o scarto di lavorazione dell’acciaio, era un pretesto sul quale sognare nuove avventure. Mi sembra di sentire ancora il sibilo della saldatrice. Mio zio di là, in officina, che sta saldando uno dei telai commissionatogli chissà da dove. Un "su misura", uno dei tanti che produceva con cura maniacale. Entro nei ricordi di bambino.

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Immaginate di avere sette anni, in un pomeriggio d’estate, nel cortile di casa vostra, insieme a tanti amici più o meno della vostra età. Immaginate di avere appena visto alla Tv in bianco e nero, i campioni del ciclismo, scalare le vette mitiche delle Alpi o dei Pirenei. Immaginate di avere una gran voglia di volare in bicicletta ad emularli. State sognando migliaia di persone lungo la strada, che gridano il vostro nome. Di giungere primi, sul rettilineo d’arrivo, da soli, con le braccia alzate a toccare il cielo. Un’ultima spinta con l’indice… ed è vittoria. La folla vi osanna, vi porta in trionfo, siete l’eroe del ciclismo mondiale, del cortile di casa vostra, forse dell’intero quartiere. Siete entrati nella storia, parleranno di voi per giorni.

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Il rumore della porta mi fa tornare alla realtà.
Sento una voce che conosco:
"…Permesso"
"Max, che ci fai qui?"
E’ Max, amico dai tempi della scuola.
"Che ci fai tu, non eri all’estero?"
"Sì, sono tornato ieri, e dopo due ore già avevo il desiderio di passare di qui"
Ci sediamo alla scrivania a fare quattro chiacchiere.
"Guarda che spettacolo questi telai. Qui venivano persone anche da lontano perché era l’unico posto dove potevi farti realizzare la bicicletta come volevi. Mio zio stava ore con i clienti, a sceglierne il colore, la sella, le finiture e gli accessori. Era luogo di sperimentazione, stile e gusto, oserei dire arte. Era sempre alla costante ricerca di dettagli sempre più curati, componentistica sempre più esclusiva. Il risultato erano biciclette uniche. Gioielli con i pedali. Non c’era un altro posto come questo. Ci vorrebbe ancora gente così, ci vorrebbe più amore per le cose belle, più passione per ciò che si fa."
"Che cosa hai in mente?"
"Qualcuno prima di noi ha definito la bicicletta, la macchina perfetta. Lo è di certo, ma cosa sarebbe se potesse essere realizzata come ognuno di noi vorrebbe che fosse? Voglio ridare alla gente la possibilità di scegliere. La possibilità di esprimere il proprio stile e il proprio desiderio. Siamo i migliori in questo Max. Quando monti in sella, la bici diventa un tutt’uno con te. Viaggia con la tua propulsione, è le tue gambe e le tua braccia, sei tu. Non può non esprimere ciò che sei. Tu sai cosa sto dicendo, lo sai da quando ci siamo seduti qui.
Sogno, mangio, studio e respiro biciclette fin da piccolo. Cosa vuoi che faccia?
Riapriamo questo posto."
Siamo bambini di sette anni, oggi adulti, in fuga sopra un tappo a corona, definitivamente.

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